One Punch Man terza stagione e la polemica del razzismo
Giappone, razzismo, manga e anime
Con l’uscita della terza stagione di One Punch Man, il dibattito nelle community otaku occidentali è tornato a infiammarsi attorno alla rappresentazione e alla percezione di certi personaggi, come il colosso Darkshine. Sui social e tra i canali degli influencer è ripartita la solita polemica: il Giappone viene accusato di essere irrimediabilmente “razzista” e di trattare i meticci — in particolare quelli afro-discendenti (afurika-kei hāfu) — come cittadini di serie B, incapaci di conformarsi a quei canoni estetici che dominano l’immaginario collettivo nipponico.
Ma su cosa si fonda davvero questa reazione?
E ha senso affrontarla con il metro di giudizio del politicamente corretto occidentale? Scopromiamo insieme quanto senso abbia portare avanti una polemica del genere alla luce della realtà sociale del Giappone.
L’isola inviolata: tra isolamento storico e dogma shintoista

Il fascino irresistibile del Giappone nasce proprio dalla sua formidabile blindatura storica e culturale: un arcipelago che per secoli ha scelto l’isolamento per custodire un’identità pura, intatta e impermeabile al resto del mondo. È questa stessa tempra inossidabile a rendere la sua cultura così magnetica, enigmatica e profondamente affascinante
Per capire la situazione non basta guardare alla superficie dei social media, bisogna scavare nella storia e nell’antropologia di una nazione unica. Da un lato c’è l’isolamento secolare del Sakoku e un arcipelago che, protetto dalla sua insularità, ha storicamente respinto ogni tentativo di contaminazione esterna. Dall’altro c’è un impianto culturale e religioso granitico, dominato dallo Shintoismo: una visione del mondo che pone al centro il culto della purezza e il rifiuto viscerale della contaminazione, associata al concetto di armonia collettiva (wa). In questo contesto, qualsiasi elemento estraneo che rompa l’uniformità visiva o comportamentale non è una semplice “novità”, ma una crepa nell’equilibrio dell’intero ecosistema. L’omogeneità non è un calcolo politico, ma un valore sacro nella società giapponese.
Il grande bluff dell’Occidente e il limite della natura umana

Superalloy Darkshine di One Punch Man incarna una rappresentazione che per molti lettori occidentali ricalca vecchi stereotipi legati alla corporatura massiccia, alla forza fisica smisurata e a una pelle scura ottenuta paradossalmente attraverso l’allenamento. Questo tratto evidenzia come l’immaginario manga tenda a ridurre i corpi non conformi a caricature funzionali all’azione, scatenando il dibattito sulla percezione della diversità
Qui si scontrano due mondi, ed è qui che casca l’asino del moralismo occidentale. Noi in Occidente ci riempiamo la bocca di inclusività e ci dichiariamo fieramente “non razzisti”, ma lo facciamo perché la nostra storia, bagnata nel sangue e nei genocidi, ci ha costretti — per pura sopravvivenza — a combattere una pulsione biologica e antropologica che esiste in realtà in qualsiasi essere umano. Il razzismo e la repulsione per il diverso sono meccanismi di difesa atavici che appartengono alla nostra natura; la differenza è che noi abbiamo imparato a reprimerli, a mascherarli o a correggerli per non ripetere i disastri del passato. I giapponesi, protetti dalla loro storia e dalla loro fede, non hanno mai dovuto fare i conti con quell’esorcismo etico e non provano alcun imbarazzo nel mostrare la loro naturale insofferenza verso ciò che si discosta dallo standard.
Il paradosso dell’estetica: la bellezza ha sempre un prezzo

La straordinaria perfezione estetica che rende manga e anime capolavori immortali non è un caso isolato, ma il frutto di una sensibilità culturale unica. Un’ossessione viscerale per la forma e il dettaglio che affonda le radici nella ricerca giapponese dell’armonia, trasformando ogni tratto in una forma d’arte assoluta
E c’è un paradosso fondamentale che i fan occidentali fanno finta di non vedere: la stessa identica ossessione per la forma, la purezza e il dettaglio estetico che rende i manga e gli anime dei capolavori immortali è la lente deformante che rende la società intollerante verso chi non rientra nello stampo. Pretendere la perfezione estetica e formale nei prodotti d’intrattenimento e poi scandalizzarsi se quella stessa ossessione, applicata alla carne e alla vita reale, alza muri di gomma impenetrabili è un esercizio di clamorosa ingenuità.
Conclusione

Il successo travolgente di One Punch Man nasce dalla sua geniale decostruzione dei cliché shonen: un eroe così potente da sconfiggere qualsiasi nemico con un solo pugno, intrappolato in un’insopportabile noia esistenziale. Un mix perfetto di ironia tagliente, azione spettacolare e introspezione che ha conquistato il mondo intero
Giappone, razzismo, manga e anime… Nessuna crociata moralista, quindi, e nessuna apologia acritica da otaku o moralisti a tutti i costi. Il Giappone va accettato per quello che è: una splendida isola culturale che ci regala storie straordinarie, ma nella quale un occidentale sa benissimo di non poter pretendere un‘integrazione totale, perché le regole d’ingaggio di quell’ecosistema sono scritte nella pietra della loro storia e della loro identità. Godiamoci le loro opere, consapevoli di cosa c’è dietro la facciata, mettendo da parte l’ipocrisia occidentale sui temi della diversità.

Affascinato dalle storie di Arda, ho cercato di capire perché Tolkien sostenesse che a essere immaginario è solo il tempo in cui sono ambientati i suoi racconti. Ho così iniziato un cammino che mi ha portato ad amare quel senso profondo della realtà che si può sintetizzare con il Viaggio dell’Eroe, di cui la Storia delle storie è per me la massima espressione. Dunque, mi occupo di sceneggiatura, spiritualità e narrativa!